Crocifisso con base a forma di tempietto




Crocifisso in avorio




Crocifisso in bronzo dorato




San Lazzaro


Veduta della sala dei crocifissi

Sculture e crocifissi

Legate soprattutto alle intime pratiche devozionali del cardinale le sculture presenti nella collezione alberoniana: tra tutte si distingue il grande Crocifisso in avorio montato su un elaborato piedistallo in legno di pero foderato d’ebano, arricchito da figure e rilievi in bronzo dorato (ai lati due figurette a tutto tondo della Vergine e di San Giovanni, al centro della nicchia un bassorilievo con Gesù deposto e sullo zoccolo sottostante Cristo flagellato al centro con ai lati due coppie di angeli con gli strumenti della Passione).

L’oggetto, alto circa due metri,  apparteneva al cardinale già nel 1735 ed era esposto nella “quarta camera d’udienza nobile” del palazzo romano, contro una parete coperta con “damasco cremisi di Genova”, sopra una “tavola di verde antico, nobile”, tra “due gran vasi di porcellana in oro del Giappone”.

Assai prezioso cimelio è un altro Crocifisso in avorio, che si conserva tuttora esattamente come è descritto nell’inventario del 1735: “un quadretto con cornice nera e oro, con dentro un crocifisso d’avolio (sic) con suo cristallo davanti”. Opera di straordinaria qualità, nell’intenso patetismo del volto e nel quasi estatico abbandono alla sofferenza, questo Cristo “vivo” trae ispirazione dai grandi modelli pittorici di Rubens e Van Dyck ed è stato opportunamente avvicinato ad un Cristo in avorio del Museo Lateranense, per il quale alcuni specialisti hanno pronunciato il nome di François Duquesnoy (1597-1643), grande interprete della poetica classicista nella scultura romana del primo Seicento.
Alla tradizione dei grandi bronzisti fiorentini della fine del Cinquecento, allievi e seguaci di Giambologna, vanno invece riportati i due Crocifissi in bronzo dorato, montati su croci d’ebano, posseduti dal cardinale: la qualità della modellazione è assai alta ed essi richiamano in particolare i modelli in grandezza naturale approntati dal carrarese Pietro Tacca (1577-1640), modelli che vennero replicati infinite volte in piccole dimensioni nell’ambito della bottega, destinati ad un mercato di amatori che erano in grado di apprezzarne le finezze esecutive e di cesello.
Pregevole opera dello scultore fiammingo, ma naturalizzato piacentino, Jan Geernaert (1704-1777) è invece la statua in legno policromo di San Lazzaro, commissionata dal cardinale nel 1751 per l’altare intitolato all’omonimo santo nella chiesa del Collegio. Sappiamo che la scultura venne “ingessata e respata” dallo stuccatore Giuseppe Lotti e poi dipinta dal pittore piacentino Antonio Gilardoni. Geernaert (italianizzato in Ghernardi), nativo di Bruges, arrivò a Piacenza nel 1727 e qui si stabilì fino alla morte, guidando un’ampia e fiorente bottega da cui uscivano Madonne, Santi, Crocifissi e figure allegoriche che andarono a decorare numerosissime chiese della città e della provincia.