Crocifissione di San Pietro




Continenza di Scipione




Morte di Marco Giunio Bruto




San Francesco in meditazione




San Matteo




San Luca




La probatica piscina




La cacciata dei profanatori dal tempio




Miracolo di San Turibio




Ritratto di gentiluomo




Ritratto di abate




Natura morta con cacciagione e un pezzo di parmigiano




Natura morta con tappeto, fiori e frutta




Anitre assalite da un falco




Aquila aggredita da un cane




Marina con velieri nel porto




Gesù deposto abbracciato dalla madre




Matrimonio mistico di Santa Caterina




Martirio di San Sebastiano




Testa di Cristo




Assalto di briganti




Vecchia che spidocchia un bambino




Grappoli d'uva e spiga di grano




Pollivendola




Fioraia




Venditore di meloni




Venditore di limoni e cedri




Insenatura di mare con pescatori




Paesaggio con due cacciatori




Paesaggio con grotta, castello e due figure


Decollazione di San Paolo

Pinacoteca

Giulio Alberoni cominciò a formare le sue collezioni fin dagli anni giovanili a Piacenza, arricchendole poi durante il soggiorno in Spagna e soprattutto a Roma a partire dagli anni Venti del Settecento.

Il cardinale ebbe relazioni con diversi artisti contemporanei, tra i quali il brillante ritrattista genovese Giovanni Maria delle Piane detto il Mulinaretto (1660-1745), che nel 1714 eseguì su commissione di Alberoni diversi ritratti di Elisabetta Farnese, in occasione delle sue nozze con Filippo V, uno dei quali venne regalato dalla sovrana stessa al cardinale, insieme al ritratto del marito eseguito nel 1715 dal pittore di corte Nicola Vaccaro (circa 1650-1723?), anch’egli di origini genovesi e che aveva per qualche anno lavorato presso la corte farnesiana di Parma prima di trasferirsi in Spagna.

A Madrid venne senza dubbio realizzato anche il ritratto del cardinale appena eletto (1717), probabile opera del pittore francese Michel-Ange Houasse (1680-1730). Quasi certamente nella capitale spagnola il cardinale venne in possesso del San Francesco in meditazione di Sebastiano Martinez (1602-1667), uno dei più importanti artisti della Scuola di Siviglia, pittore di corte di Filippo IV e successore di Velazquez.La scena, resa dall’artista con un cromatismo estremamente delicato e soffuso, con l’angelo che appare su una nuvola al santo additandogli una fiasca d’acqua limpida, si riferisce al rifiuto di San Francesco di farsi ordinare sacerdote non ritenendosi puro come l’acqua che l’angelo gli indica.

Ma è a Roma, specie nel forzato periodo di inattività politica tra il 1720 e il 1735, che il cardinale si appassionò più profondamente alle arti figurative. Nella capitale pontificia Alberoni si dedicò soprattutto all’arredo della villa suburbana fuori Porta Pia, presso Sant’Agnese, e di Palazzo Lana-Buratti, situato nel Rione Trevi presso la chiesa degli Angeli Custodi, che il prelato comperò nel 1725 (entrambi gli edifici oggi non più esistenti).

Due inventari, uno del 1735, di mano del cardinale stesso, e uno del 1744-53, attestano con precisione la consistenza delle sue collezioni: vi sono elencati circa centosessanta dipinti, i più importanti dei quali erano esposti nella “stanza apparata di quadri” del palazzo, contigua alla “Galleria Nobile” affrescata dal suo concittadino Gian Paolo Panini (1691-1765).

Al grande pittore piacentino il cardinale commissionò nel 1725 la realizzazione di un monumentale dipinto raffigurante la Cacciata dei mercanti dal Tempio, per far da pendant al quadro con la Probatica piscina del bolognese Domenico Maria Viani (1668-1711), che proveniva dalla collezione del cardinale milanese Ferdinando d’Adda.

Sono due composizioni di grande impegno e di notevole forza espressiva: esemplare delle tendenze “neo-carraccesche” in voga a Bologna alla fine del Seicento il dipinto del Viani, illuminato da una luce livida che scolpisce i nudi potenti e vigorosi; tonalità più calde e squillanti caratterizzano invece il lavoro di Panini, che si concentra soprattutto sulla raffinata e lenticolare resa della grandiosa architettura di fondo, quasi una scenografia teatrale.

Un altro artista contemporaneo di rilievo con il cui il prelato piacentino entrò in contatto è Sebastiano Conca (1676-1764), di cui si può ammirare il San Turibio che divide l’acqua di un fiume, una composizione che l’artista eseguì per la prima volta in occasione della canonizzazione del santo nel 1726 e che replicò poi in diverse occasioni.

Tra i quadri “di storia” più importanti della collezione di Alberoni un posto di rilievo hanno i due grandi dipinti di Giovan Battista Lenardi (1656-1704) con la Continenza di Scipione e la Morte di Marco Giunio Bruto, già presenti nell’inventario del 1735 e successivamente stimati da Stefano Pozzi nel 1760 la cifra cospicua di 120 ducati. Lenardi, allievo di Lazzaro Baldi, è pittore che si muove con souplesse nella migliore tradizione delle grande pittura barocca di Pietro da Cortona: splendore cromatico, ricercatezza decorativa (si osservino i vasi e le armi), gestualità ampia ed enfatica caratterizza i due notevoli dipinti, di cui sono anche stati resi noti recentemente alcuni disegni preparatori (Düsseldorf, Museum Kunst Palast).

Sempre nell’ambito della pittura di storia, ma di ambientazione sacra e di tutt’altro tenore stilistico, meritano una menzione i due raffinati dipinti su rame (misurano 43 x 33 cm ciascuno) firmati da Pietro del Po (1610-1692) con la Decapitazione di San Paolo e la Crocifissione di San Pietro: i due dipinti sono anche menzionati da Luigi Lanzi nella sua Storia pittorica dell’Italia (Bassano, 1795), quando ricorda il pittore palermitano, attivo a Roma come incisore e pittore di piccoli quadri nel gusto classicista e levigato del suo maestro Domenichino, “ch’ei lavorò ad uso di miniature con isquisita diligenza”.

Decisamente maggioritari nelle raccolte dell’alto prelato piacentino sono i cosiddetti “quadri di genere”: nature morte, marine, paesaggi, battaglie, quadri di fiori, tra i quali spiccano le nature morte del piacentino Bartolomeo Arbotori (1594-1676) e del cremonese Antonio Gianlisi junior (1677-1727), i quadri di fiori del bresciano Marc’Antonio Rizzi (1648-1723) e del romano Ludovico Stern (1709-1777), le quattro tele con una Pollivendola, una Fioraia, un Venditore di limoni e di cedri e un Venditore di meloni, giudicate da Stefano Pozzi nella sua stima del 1760 di mano di Monsù Bernardo, vale a dire del pittore danese Eberhart Keilhau (1624-1687), i quadri di animali del pittore anversese David de Coninck (1643-1701), le classiche vedute della campagna romana di Gaspar Dughet (1615-1675) e i più irrequieti paesaggi riferiti al napoletano Domenico Gargiulo, detto Micco Spadaro (1609/10-1675), le due notevoli tele con i Guerrieri a cavallo di Jacques Courtois detto il Borgognone (1621-1670).

Non conosciamo invece con precisione la provenienza di un notevole dipinto d’altare (forse l’antica chiesa di San Lazzaro, prima della ristrutturazione settecentesca?), un Compianto su Cristo morto, che reca la data 1526 ed è stato giustamente assegnato alla mano di Zenone Veronese (1484-1552/54).

E’ un’opera tipica di questo curioso pittore veneto che, formatosi in ambiente veronese sullo scadere del XV secolo, nei primi anni del Cinquecento allargò il proprio sguardo in direzione della Mantova dominata da Costa e dal giovane Correggio da un lato e della Venezia di Giorgione e Palma il Vecchio dall’altro, esperienze da lui lette anche attraverso il filtro delle “eccentriche” sperimentazioni dei bresciani. Nella nostra opera, molto ben confrontabile con una Deposizione della Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia (firmata e datata 1517), è ben percepibile l’ammirazione per il coetaneo Romanino, come si evince dalle fisionomie caricate dei vecchi e dalle tonalità cangianti ed ambrate.

Giunto in Collegio più di recente, per interessamento di padre Gian Felice Rossi, è invece il notevole Martirio di San Sebastiano, da restituire al cesenate Cristoforo Serra (1600-1689), opera nella quale sono evidenti i richiami al Guercino, che fu suo maestro, ad esempio nella figura del giovane azzimato che mostra al santo la freccia e nello sgherro barbuto che calca la mano sul volto di Sebastiano.